Avventure nei Balcani – Capitolo 3

Derby al Maracàna

Il Maracanà è uno degli stadi più famosi del mondo, si trova nella patria del calcio, il Brasile ed è popolato tutto l’anno da gente urlante e talvolta seminuda che festeggia la sua squadra del cuore quando vince o si dispera quando il risultato non è favorevole. Nessuno può immaginare che ne esista un altro, completamente diverso ma una volta all’anno praticamente identico, il giorno del derby.

La giornata era uggiosa ma non mi scoraggiò dal provare questa nuova esperienza, vedere una partita in Serbia, allo stadio, ma non una semplice partita: Crvena Zvezda vs Partizan (1), le due eterne rivali, le principali squadre della città, storiche compagini fucina di campioni emigrati in Europa durante gli anni. Entrambe giocano in uno stadio di proprietà a due isolati di distanza l’uno dall’altro, ma in occasione del derby le distanze si dilatano e alla squadra a cui tocca la trasferta pare di intraprendere un viaggio verso la lontana e pericolosa tana del nemico, la preparazione è meticolosa e la tensione cresce prima della partita, si sale in pullman e si attende il bagno di tifosi della squadra avversaria, il mezzo si fa largo tra la folla e i giocatori concentrati e seminascosti dalle tende spiano dai finestrini per scorgere le luci dello stadio, fino a quando finalmente giungono a destinazione e possono rilassarsi in attesa di entrare nell’arena per il riscaldamento. Questo era quello che immaginavo io quando vidi che il mio caro amico Mića parcheggiava su un marciapiede. Prima che potessi chiedere spiegazioni mi disse – Eh vedi Meto (2) il Maracana è l’unico stadio di una squadra europea che ha vinto la coppa dei campioni che non ha un parcheggio –.

La Stella Rossa infatti nel 1990-91 vinse l’allora Coppa dei Campioni, giocando la finale in Italia, al San Nicola di Bari contro i francesi dell’Olympique Marsiglia, gli anni in cui il calcio era ancora romantico e non deturpato da diritti televisivi e tutto quello che è venuto poi.

Singolare anche la location il San Nicola, santo molto significativo anche per la repubblica di Serbia ex comunista.

Diedi un’occhiata attorno e vidi che non esisteva uno spartitraffico, un’aiuola, uno spazio piano di dimensione superiore agli 8 metri quadrati che non fosse occupato o non stesse per esserlo da qualche mezzo motorizzato. In pochi minuti fummo alla biglietteria e qui mi stupii per la seconda volta: partita di campionato sentitissima, derby teso per il primo posto, rivalità decennale ma posti liberi in tribuna 30 minuti prima del match.

Prendemmo i nostri due biglietti e andammo a posizionarci sul lato lungo dello stadio, zona Zvesda, la squadra di casa, prossimi alla curva. Qui nonostante la rigida temperatura e la fastidiosa pioggerella battente mi sentii a casa. Il tifoso tipo serbo non era tanto dissimile da quello italiano. Chi impacchettato in un impermeabile chi in un cappotto, chi agitato nel prepartita e chi seduto, chi imbellettato con i colori della squadra e chi anonimo. Anche la coreografia per il derby mi scaldò il cuore, una grande bandiera della squadra locale veniva piano piano srotolata sulle teste degli spettatori e l’impatto visivo era notevole, dall’altra parte gli ospiti facevano quello che potevano e proponevano la loro coreografia, seppur ovviamente più contenuta. Tra una chiacchiera e l’altra si giunse all’inizio del match vero e proprio e qui mi stupii per la terza volta. La squadra ospite arruolava tra le sue fila un giocatore di colore e non mi ci volle molto per capire che c’era un’altra similitudine tra il curvaiolo italiano e quello serbo, al primo tocco di palla del giocatore in questione nei pressi della curva locale lo stadio esplose in un – Uh uh uh uh uh uh!! – I versi scimmieschi erano talvolta accompagnati da un insulto ancor più eloquente al giocatore – Majumune !!!– (scimmia) o da un saluto ancor meno elegante a nostro Signore (che preferirei non riportare). Nonostante la mia conoscenza del serbo-croato fosse ancora a livello 1 su una scala di 1000 non mi era difficile intuire nel contesto che tutto il mondo è tristemente paese per quanto riguarda il razzismo. Mi ci abituai presto, non essendo una verginella dello stadio e continuammo a guardare la partita. In realtà la Zvezda faticava non poco e al termine del primo tempo era sotto di un gol. La pausa furono i classici 15 minuti in cui c’era chi beveva birra, chi fumava sigarette farcite, chi si alimentava, chi sbraitava contro quello e contro questo, insomma tutto normale per una partita di calcio. Io e Mića intirizziti ma interessati allo spettacolo ci preparammo per il secondo tempo e fu qui che mi stupii per la quarta volta.

Il Partizan era decisamente più in palla e senza strafare raddoppiò, provocando gli strepiti della folla, ormai il match era giunto ai 15 minuti finali e il risultato si era attestato sul 3 a 1 per gli ospiti, la partita stava perdendo di interesse, non per la pochezza dei giocatori in campo ma per la follia degli spettatori sugli spalti.

Si vedevano dei giovani ragazzi indossare dei jeans ma a petto nudo che lanciavano fumogeni e bengala dietro la porta del portiere avversario mentre accendevano fuochi con le micce rimaste usando come combustibile i seggiolini di plastica dove fino a poco prima erano stati seduti. Erano i tifosi del Partizan, vincente in trasferta che si affumicavano da soli mostrando uno strano istinto masochista. La scena era irreale, eravamo al Maracana, c’era gente seminuda che si agitava e “festeggiava” in modo singolare la propria squadra ma la temperatura era intorno allo zero e la latitudine non era propriamente quella brasiliana, il tocco distintivo però lo dava un ragazzo che in spregio delle regole e del buon senso faceva scudo agli idranti delle forze dell’ordine, intervenute nel frattempo per sedare i più facinorosi, con il suo corpo nudo: c’era da proteggere il fuoco sacro del tifo bianco nero (3)

Appresi due cose quel giorno, la prima dal notiziario della sera che descriveva come fossero stati fermati diversi ragazzi del Partizan per i disordini e le devastazioni provocate allo stadio durante il derby e la seconda che anche in Serbia allo stadio il finto tifoso ci va per fare casino, e comunque ora potevo “bullarmi” di essere stato al Maracana, quello balcanico, ed esserne uscito indenne.

(1)Stella Rossa vs Partizan Belgrado

(2)Meto è il mio soprannome in Serbia

(3)Colori sociali del Partizan

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