
Avventure nei Balcani – Capitolo 2
Da un mezzo all’altro – Audiolettura in arrivo –
3…7
Al giorno d’oggi se non hai volato almeno una volta per 1 cent + tasse sei uno sfigato, se non hai prenotato almeno una volta un volo su internet sei uno sfigato, se non hai approfittato di qualche sconto per qualche destinazione esotica priva di interesse sei uno sfigato. Incurante di quanto fossi sfigato, negli anni ho tentato di raggiungere la Serbia in tutti i modi possibili. Dapprima via terra con auto affollate di amici, spesso con partenze in orari improbabili e viaggi che meriterebbero un racconto dedicato, il tutto votato all’allegra compagnia e soprattutto al risparmio. Poi, acquisita un po’ di esperienza, ho tentato la traversata delle terre straniere da solo con la mia , al tempo, alfa da combattimento.
Ed ecco la toponimia inventata dal mio mitico amico Davide.
Il viaggio iniziava sempre dalla “terra dei cachi”(1), anche se nelle fredde lande del nord italiane di cachi non se ne vedono così tanti, ci si spostava poi attraverso il primo confine nella “terra di nessuno”, quella Slovenia, nel nostro immaginario di avventurieri dell’est, anonima, dove si sentivano, al tempo della dogana, le prime parole in “ostrogoto” , successivamente si approdava “alla terra di mezzo”, la Croazia, alla quale però non veniva dedicata la giusta attenzione, visto il nostro obiettivo finale, infatti dopo lungo peregrinare per autostrade quasi deserte si giungeva nella “terra promessa”, la Serbia, luogo di perdizione notturna, divertimenti assicurati, bevute colossali, e soprattutto amica dei portafogli (a quel tempo, ora anno 2025 non più) e degli istinti da conquistador dei latin lover italiani, alla ricerca dell’irraggiungibile barbie in carne ed ossa, che ti guarda dall’alto in basso ma incredibilmente ti rivolge la parola, anche se sembra si sia appena staccata da un manifesto pubblicitario.
Anche questa soluzione però non mi sembrava abbastanza e ho voluto provare un bel giorno il trasporto su rotaia. Un bel gigante di ferro che mi portasse rapidamente e senza sforzo nella capitale balcanica, con qualche piccola pausa sì, ma con un solo cambio, incredibile per una distanza di circa 1000 km con attraversamento di 4 paesi.
La partenza fu alle 17:30 da Desenzano del Garda (mio paese natale) giornata soleggiata e lago sullo sfondo, breve cavalcata attraverso le campagne veronesi per raggiungere Mestre dove mi attendeva il treno per Belgrado.
– Wow, treno per viaggi notturni quindi sicuramente avrò un bel posto per dormire – immaginavo, anche un ristorante e magari qualche carrozza bar per refrigerarsi un po’ in quella giornata estiva. I miei precedenti viaggi in treno non avevano mai incluso la cuccetta, quindi con curiosità mi avvicinai al mio binario e..
“no, mi faccia vedere prima dove va, ha prenotato?”, mi disse un controllore della stazione
“si vado a Belgrado, ho prenotato un posto nel vagone letto”, risposi,
“allora vada avanti, le carrozze per Belgrado sono dalla 3 alla 7”
Qualche sospetto cominciò a fare capolino nella mia mente eccitata e raffreddò l’entusiasmo – ma come ci ghettizzano? Le carrozze per Belgrado sono dalla 3 alla 7!?!? – con pensieri sconnessi ma fretta di trovare il mio posto mi avviai dove mi era stato indicato e iniziai a cercare sul vagone.
Lo trovai rapidamente e appena entrato capii.
Scomparto da 2 metri per 3 comprendente 6 posti letto di cui inizialmente nemmeno mi capacitavo: erano distribuiti in 3 per parte sulla dimensione spaziale dei 2 metri, ma con quello di mezzo a scomparsa, sostanzialmente una mensola di 1 metro circa di larghezza che aderiva alla parete. Quindi quando i 6 “letti” erano disposti per la notte risultava un ottimo spazio vitale per sardine, circa 70 centimetri sopra la testa e 1 metro tra le due colonne di letti, ovviamente uno dei lati del letto aderiva alla parete dello scomparto.
Non sembravano esservi dunque grandi comfort, la parola scomodo mi suonava come un eufemismo e ancora mi sfuggiva il motivo della numerazione 3-7 quando vidi entrare nella nostra reggia una coppia, un uomo e una donna sulla trentina che si manifestarono subito come non italici. Aspetto un po’ trasandato e tratti somatici mi suggerivano infatti provenienza dell’est (al tempo ero vittima di pregiudizi, lo so). Non era troppo strano vista la mia destinazione, ma dopo i primi istanti imbarazzati scoprii che erano due ragazzi romeni che tornavano a casa, quindi li aspettava un viaggio ben più lungo del mio. Ora avevo una serie di dubbi che smorzavano l’entusiasmo del conquistador, i suddetti numeri, il timore di essere in compagnia di gente poco affidabile (il bombardamento mediatico che descriveva usi e costumi della gente romena non era mai stato rassicurante) e soprattutto l’ansia che lo scomparto si popolasse di altri 3 elementi, tanti erano infatti i posti letto vacanti.
Ci volle poco però per fortuna, perché tutte le preoccupazioni svanissero. La coppia si dimostrò per bene (ma pensa esistono anche romeni per bene, i giornalisti italiani ci farebbero un articolo con i fiocchi in 35a pagina) e sinceramente un’ottima compagnia, l’uomo, nonostante le sue considerevoli dimensioni si posizionò nella postazione più alta, e sostanzialmente passò la notte ad amoreggiare con il soffitto della carrozza per lasciare più spazio vitale alla sua signora al piano terra. Io invece ebbi tutto un lato per me, nessuno infatti si presentò per arricchire la nostra ormai allegra compagnia. Rimaneva solo un dubbio spinoso: 3-7??
Tra chiacchiere e racconti del nostro vissuto venne sera e ci coricammo, dopo esserci preparati accuratamente per la notte, in pratica dormii vestito com’ero. Giunti al confine ungherese, intorno alle 1:00 am fui svegliato da una voce gentile
– Passport controooool! –
Fu una pratica che sbrigammo velocemente e sbirciando dal finestrino tra il sonno e la veglia vidi un pezzo di treno che si allontanava – ma pensa c’è un altro treno sul nostro stesso binario – pensai – che strane regole vigono sulle ferrovie dell’est – poi sentii che noi venivamo agganciati da qualcosa che identificai come una nuova motrice e il mistero della coppiata di numeri si svelò magicamente: ¾ di treno se ne andavano a Budapest e le carrozze rimanenti continuavano verso il sud, destinazione Balcani.
Arrivai verso le 11:30 del giorno successivo alla partenza a Belgrado, per un totale di 17,5 ore di viaggio, la mia schiena gridava vendetta e i comfort del viaggio li avevo visti solo in sogno tra un controllo doganale e l’altro. La stazione era costituita da pochi binari, nessun segnalatore acustico, apparentemente nessuna anima viva, scesi dal treno e con mio sommo stupore vidi gli anonimi compagni di viaggio che erano appena scesi insieme a me attraversare i binari come niente fosse a piedi. Felice pensai – ho provato anche il treno -.
Passai poi al mezzo volante, con partenze da diversi aeroporti del nord Italia e relativa spesa NO LOW COST per raggiungere il famigerato aeroporto Nicola Tesla di Belgrado, dove alla mia prima esperienza fui agganciato da un taxista molto disponibile che per la modica cifra di 20 euro mi scortò in centro attraversando Novi Beograd (la parte non storica di Belgrado), con ampie descrizioni del palazzi (quasi tutti uguali, eredità del periodo comunista), delle banche e delle aziende presenti (quasi nessuna al tempo) asserendo che ero stato fortunato poiché il suo taxi era tra i più economici. Scoprii un istante dopo essere sceso che la tariffa standard era di 7 euro (si parla dei primi anni 2000).
L’esperienza maturata e il desiderio di viaggiare senza far piangere il portafoglio però mi portarono a trovare una nuova soluzione aero-terrestre che è stata utilizzata poi per diverso tempo.
Si trattava di viaggiare fino all’aeroporto di Bergamo dove la simpatica compagnia aerea Wizzair (ungherese, l’Ungheria torna spesso misteriosamente in questo racconto) metteva a disposizione una linea low cost con destinazione Timisoara, ridente cittadina romena a circa 150 km dal confine serbo. Da lì si continuava con un mezzo di terra indefinito verso Belgrado, con il vantaggio di essere scortati direttamente all’indirizzo richiesto. Il ritorno avveniva allo stesso modo, con l’inversione ovvia dei mezzi di trasporto.
Fu in questi viaggi che conobbi strani viaggiatori che per un motivo o per l’altro mi sono rimasti impressi e che meritano menzione.
Bane, bodiguard balcano-milanese
Inizio a raccontare questa storia scavando nella memoria, i viaggi tra la capitale dell’operosità italica e la piccola e sconosciuta (per il 90% degli italiani) Timisoara avvenivano sempre di buon ora all’andata, ma solo nel cuore della notte al ritorno.
Ogni volta veniva il momento, preceduto dall’attesa della telefonata del taxi che avrebbe rotto un sonno appena iniziato, lo squillo che avrebbe chiuso un viaggio, la chiamata che avrebbe sancito quanti minuti mi rimanevano per restare con lei.
L’ora era più o meno sempre la medesima, intorno alle 23:30, un mezzo di trasporto veniva a raccogliermi sotto casa, un bacio triste e sonnolento alla mia bella e il ritorno alla normalità: il lavoro il giorno dopo, la mia casa, la nostra frenesia e il nostro malato stile di vita capitalista. La comodità estrema della raccolta a domicilio si pagava con pingui interessi il giorno a venire con debiti di sonno a tassi equiparabili all’usura.
E quindi via, complici dell’oscurità, si sfrecciava per la città, talvolta con un comby, talvolta con una station wagon, più raramente con un’utilitaria alla ricerca degli altri viaggiatori, che uno dopo l’altro popolavano con il loro bagaglio di nuove esperienze acquisite, prima che con la loro presenza fisica, l’automezzo. Quando la raccolta terminava iniziava il vero viaggio, dritti e silenziosi nella notte verso la Romania e da lì verso l’aeroporto che ci avrebbe riportati indietro alle nostre vite di sempre.
Fu in una di quelle notti che conobbi Bane. Montò sul van per ultimo, da una delle vie centrali della città, si meterializzò nella sua imponente figura da lontano e si accomodò sul sedile anteriore, ultimo rimasto libero, proprio a fianco dell’autista.
Durante il viaggio non parlammo granché, mi capitò solo di porgergli le mie scuse per un ginocchio puntato nella sua schiena, per il quale non fece nemmeno una piega, spiegandomi prontamente che era così stanco che avrebbe potuto ricevere anche una padellata in testa senza batter ciglio, questo lo espresse in inglese, non posso dunque assicurare una traduzione letterale, il tempo passato, il sonno e la notte stessa sono colpevoli e complici di questa imprecisione.
Giunti a destinazione ci appollaiammo, sempre più assonnati, in attesa del volo per Orio al Serio, come sempre per me, in partenza alle ore 6:30 am locali, 5:30 italiche.
Fu a quel punto che appresi che Bane parlava la mia lingua, ma non solo, parlava usando uno slang, la notte è la notte e quando è insonne porta i sensi a non essere troppo acuti, ma quando un uomo di 130 kg per 190 cm di altezza ti rivolge la parola con accento inconfondibilmente milanese devi svegliarti, scoprii che Bane faceva il buttafuori in un locale e tornava di tanto in tanto in Serbia dalla famiglia, la memoria ora mi tradisce e non ricordo cosa ci dicemmo poi, ma è bene impresso nella mia mente il divertimento di sentir parlare un balcanico come fosse un bauscia ciucianebbia.
Aldo e il giovane soldato serbo
Di quest’altro viaggio nello specifico ricordo le sfighe, si viaggiava sempre all’alba e per non tardare la Gea Tours, citata in precedenza, cercava di portarci a destinazione sempre con largo anticipo. Anche quella volta non furono da meno e ci scaricarono nel piccolo aeroporto di Timisoara ore prima della partenza. Avevo fatto amicizia con Aldo, un ragazzo sudamericano che parlava anche l’italiano e se non ricordo male asseriva di aver visitato quasi tutte le città più importanti d’Italia, quelle che fanno provincia, io ero esterrefatto, dal punto di vista dell’esperienza geografica era molto più italiano di me. In nostra compagnia c’era anche un altro ragazzo, non ricordo il suo nome, ma ricordo che era un tizio con la schiena dritta, ordinato e meticoloso nei suoi atteggiamenti, lo battezzerò per l’occasione “il giovane soldato serbo” per le sue sembianze da militare.
Tra uno spuntino, una bibita e un’occhiata ai tabelloni del check-in ricordo che il tempo era passato rapidamente e ci si avvicinava al momento clou in cui avremmo potuto fare il controllo documenti per poi recarci agli imbarchi, il bancone del chek-in era praticamene diviso dalla zona gate da una paratia, al tempo l’aeroporto era davvero piccolo.
Ma ecco che la dea bendata ci abbandonò, non ricordo come ma ci rendemmo subito conto che qualcosa non andava con il volo, un problema con il personale, – no si tratta di un guasto all’aeromobile -, -no manca il carburante-, -no il motivo è un altro..- Insomma vedevamo sfilare i viaggiatori di altri voli che avrebbero dovuto seguire il nostro e invece si imbarcavano inesorabilmente prima di noi.
Aldo con il suo inglese spagnoleggiante si fece avanti cercando di far valere i nostri diritti con i rumeni, c’erano indicate infatti penali e compensazione varie sul sito web della Wizzair per i casi come quello e lui era deciso a farle valere. Come potete immaginare però l’esperienza del personale di terra e della compagnia aerea li metteva al sicuro da ogni tipo di rivalsa da parte nostra e anche Aldo dopo aver tentato e ritentato di respingere le rassicurazioni degli steward e delle hostess e sfoderato un “quello che vediamo scritto su questi fogli ha lo stesso valore di ciò che è scritto su carta di formaggio! Dovete farci partire!”, capì che l’unica strategia valida era attendere (e sperare che un volo per noi ci fosse), ma il giovane soldato serbo non era della stessa idea, analizzava ogni parola e “teoretically” ci erudiva su cosa avremmo potuto fare e tentava di rassicurarci, ma credo soprattutto di rassicurare se stesso, che saremmo stati rimborsati dei soldi del biglietto anche se fossimo poi partiti, perché sicuramente non avrebbero rispettato i tempi di ritardo massimo consentito dalle regole vigenti. Aldo lo ascoltava sì e no, ormai rassegnato e se ne andò di nuovo a prendere da mangiare, io seguivo con interesse e anche un po’ divertito questi due combattenti che a modo loro provavano a vincere una battaglia già persa.
Alla fine non solo “teoretically” ma in pratica il volo apparve e ci imbarcammo una mezzora prima dello scadere dal tempo limite che ci avrebbe concesso il diritto al rimborso. Quindi quella notte (che già di solito risultava insonne) divenne la mattina dopo e al lavoro mi attendevano da un po’, vi giunsi in ritardo clamoroso.
L’autista reduce di guerra, Senna e l’incidente
Ho viaggiato davvero tante volte in direzione di Timisoara e anche di Belgrado naturalmente, quando volavo in Romania per poi farmi trasportare fino in città, seguendo dunque la direzione opposta.
Ci sono stati dunque tanti autisti anonimi e altri degni di nota.
Ricordo per esempio che una volta ero praticamente solo in auto, io e il mio chauffeur privato per l’occasione, che mi aveva indicato di sedermi tranquillamente al suo fianco, davanti.
Io avevo accettato di buon grado, convinto che di lì a poco mi sarei comunque addormentato seduto favorito dalle tenebre e dal sedile anteriore che di solito ti impedisce di scivolare di lato alle curve, al contrario di quello posteriore.
Ma mi sbagliavo di grosso. Questo autista era infatti un reduce, un vecchio combattente e una sigaretta via l’altra ricordo che mi snocciolò le sue esperienze del passato, purtroppo i dettagli sono ormai confusi ma quello che ricordo è che dapprincipio lo seguivo, in inglese naturalmente, al tempo il mio serbo si riduceva a 10 parole, tra cui birra, bella ragazza, qualche parolaccia, grazie e buongiorno, un po’ poco per parlare di guerra.
Lui non sembrava però avere alcuna intenzione di fermare i suoi ricordi e bastava qualche mio cenno di assenso con versi monosillabici per farlo continuare. Furono 3 ore di affumicamento delle via aeree e anche della mente, giunsi non troppo fresco e riposato in aeroporto per continuare la mia notte insonne.
In un’altra occasione invece, di nuovo solo, ricordo che mi ero piazzato dietro e avevo chiesto se potevo sdraiarmi, era una bella occasione per dormire un po’ e mi era stato accordato. Quella notte però soprattutto nella prima mezzora in cui rimasi sveglio venni sballottato a destra e a sinistra, l’autista rimasto praticamente solo nel suo abitacolo sembrava aver deciso di battere il record della pista e viaggiava all’impazzata nelle campagne serbo-romene. Quella ninna nanna non troppo delicata non mi impedì di schiacciare comunque un pisolino e forse sognai di essere in pista, su una biposto guidata dal leggendario Ayrton Senna, o forse l’ho solo immaginato, so che arrivammo in aeroporto con largo anticipo.
L’ultimo episodio che mi sovviene alla mente a proposito di viaggi verso Timisoara è quello in cui ero su un comby pieno, eravamo in 6, raccolti in diversi punti della Serbia e tutti con destinazioni diverse, l’unica cosa che ci accomunava era la necessità di andare all’aeroporto. Quella volta non era notte ma giorno e quindi giunti in Romania trovammo un bel traffico ad attenderci, ma quello che ci attendeva era soprattutto una frenata brusca da parte dell’autista di un mezzo 3 macchine davanti alla nostra.
Ricordo solo il momento in cui sentii la frenata, il botto e le parole del nostro autista, -sudar!- (Incidente).
Scese prontamente a vedere i danni, niente di grave ma una serie di mezzi avevano subito uno spiacevole effetto domino e anche il nostro risultava coinvolto. Naturalmente questo aveva portato a diverse chiamate verso la sede centrale della Gea Tours per capire come muoversi, eravamo in terra straniera anche per loro, bisognava fare constatazione amichevole ma anche attendere i gendarmi di turno visto il coinvolgimento di diversi mezzi. Per fortuna furono tutti piuttosto disponibili e il nostro autista riuscì a cavarsela. Al termine perdemmo circa 45 minuti e la gente del comby cominciava ad agitarsi, anche in quel caso l’autista fu bravo, concentrato viaggiava rispettando nel limite del possibile i limiti e riuscì nell’impresa di portarci a destinazione in tempo.
Ci sarebbe anche quella volta in cui.. Ma no un attimo aspettate non posso raccontarvi tutti gli episodi qui, e poi non vorrei annoiarvi sempre con gli stessi temi, passiamo a qualcosa di diverso, al pallone.
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(1)Attribuisco al mio fantasioso amico Davide Djs questa classificazione



